Bernardus valles, Benedictus montes amabat/oppia Franciscus, celebres Ignatius urbes
Venivano scelte per la costruzione dei monasteri, valli isolate, che offrivano vicinanza di campi coltivabili e acqua corrente. Spesso il luogo era donato da un proprietario terriero, nobile o vescovo che fosse, ed era oltre che solitario, anche abbandonato, incolto, malsano, selvaggio, addirittura paludoso. La bonifica, era quindi, il primo impegno dei monaci, umanizzando e creando un ambiente più propizio alla vita, nel rispetto di quanto di buono e di bello c’era nella natura circostante ed inserendovi armoniosamente le loro costruzioni. Di qui l’appellativo ai Cistercensi come “monaci bonificatori”. La natura, rispettata, abbellita, ricambia in abbondanza le cure fornite, per la gioia del corpo e dello spirito.
Proprio per questa loro caratteristica di “bonificatori, si narra che nel secolo duodecimo, a richiesta dei reatini, San Bernardo mandò ad istituire un convento di monaci nella diocesi di Rieti che, in seguito alla creazione della diga, aveva prosciugato il Lagus Velinus creando terre paludose e malsane. Venne istituito il convento di San Matteo, che presto venne abbandonato per l’insalubrità dell’aria e venne acquistata nel 1234 la Chiesa di San Pastore di cui si hanno le prime notizie in documenti farfensi datati 794.
I monaci, quindi, preso possesso di questa chiesa benedettina, procedettero alla costruzione di una nuova chiesa e di un nuovo monastero.
I lavori, come riporta una lapide, a noi pervenuta solo in parte, riporta:
ANNO D. MCCLV. TEMPORE ALEXANDRI IIII PP. IMPERO VACANTE MENSE MADII DIE V INTRANTIS. FUNDATA FUIT DOMUS ISTA SUB ABBATE ANDREA ET RUPERTO PRIORE ET SUPRIORE PALMERIO ET DOMINO ARNOLDO MAGISTRO OPERÆ QUI PRIMIS CÆPIT FUNDAMENTA PRÆDICTÆ DOMUS. ANIME QUORUM REQUIESCANT IN PACE.
Nel 1264 la fabbrica risulta completata.
La chiesa di San Pastore, come quella di dei SS. Vincenzo ed Anastasio alle Tre Fontane (Roma), di Santa Maria di Faleri ed altre ancora, si rifà ad una tipologia, quella della prima fase dell’architettura cistercense che, per ragioni cronologiche e per le caratteristiche di maggior adattabilità alle tradizioni architettoniche locali, fu in Italia la più diffusa.
Il monastero, quindi, risulta avere la pianta tipica delle altre abbazie appartenenti all’ordine, dovendo tenere conto delle modifiche architettoniche subite nel corso degli anni.
La Chiesa
"A che servono questi fogliami con mille mostri, queste figure di satiri e centauri, e tante modanature con bestie selvaggie ed ornamenti che sottraggono alla devozione l’immaginazione del monaco, allontanandola dalla povertà evangelica predicata da San Benedetto?" (San Bernardo)
Nelle abbazie cistercensi l’edificio più importante del monastero è la Chiesa, orientata, ed occupa generalmente la parte più elevata del terreno ed è disposta sul lato nord dell’abbazia, in direzione della Stella Polare, centro e perno della volta celeste: unica stella non sottoposta a movimento, simbolo di Dio eterno e immutabile. Ma anche con lo scopo di riparare l’ambiente dai venti di tramontana e per non impedire l’espandersi della luce sugli altri edifici.
Verso la chiesa converge tutta la vita del monaco, in essa infatti, si giustifica, si realizza e si sublima la sua vita nel contatto con Dio mediante la sacra liturgia e l’ufficio divino o “Opus Dei”.
La chiesa è a croce latina, partita in tre navate da piloni quadrangolari, sui quali si sviluppano le campate, a sesto tondo ed in numero di cinque per parte. La navata centrale è a travatura scoperta e sovrasta le due laterali.
Essendo la Chiesa rivolta ad Oriente, i primo raggi del sole, penetravano attraverso il rosone dell’abside (chiuso negli anni seguenti e sostituito da una monofora), che illuminava i monaci intenti nel canto mattutino. L’interno è molto suggestivo: la disposizione degli archi che scandiscono lo spazio, la luce che penetra dalle monofore, la mancanza di ornamenti suscitano un’impressione di semplicità e di armonia che predispongono l’anima alla preghiera. Un superbo arco acuto, che balza fino a venti metri di altezza, introduce dalla chiesa al coro, notevole è la sua forma quadrata ed è fiancheggiato da due cappelle per parte con delicate porte archiacute. In una delle due cappelle del transetto di destra ha origine la scaletta a chiocciola che conduce alla cella campanaria, oltre ad una breve rampa, per mezzo della quale l’antico dormitorio dei monaci era in diretta comunicazione con la ch iesa.
“Nel cuore della notte mi alzo a renderti lode, o Dio” e “ Sette volte al giorno canterò le tue lodi” ( regola, cap.16)
La parete absidale presenta tre monofore poco elevate da terra e una di dimensioni maggiori (che ha sostituito il rosone) a mezza altezza.
Resti di un’ara pagana, rinvenuti durante il restauro, sono ciò che rimane dell’antico altare Maggiore, che doveva essere sostenuto da dodici colonnine marmoree. Su di esso si ergeva una croce argentea fra quattro candelabri, e intorno pendevano le funi per suonare le campane, in numero di tre.
Nel transetto di sinistra si apre una porta chiamata “porta dei morti” che dava sul cimitero dei monaci.
Nel transetto di sinistra una porta a tutto sesto collega la chiesa alla sacrestia.
Per una porta situata all’inizio della navata minore di destra, si esce nel chiostro del monastero.
Il Chiostro
"Qui son li frati miei che dentro ai chiostri feraer li piedi e tennero il cor saldo." (Dante Alighieri)
La struttura del monastero (casa dei monaci) voleva raffigurare simbolicamente la Gerusalemme Celeste, “città quadrata e misurata” così come il libro dell’Apocalisse di S. Giovanni la descrive. Gli ambienti si distribuiscono intorno al chiostro per rispondere ad una esigenza funzionale e simbolica. Il chiostro è un “chiuso universo” hortus conclusus: un giardino quadrato, simbolo della verginità e purezza di Maria, grembo che accoglie la vita e la luce che è Cristo. Tale luce si diffonde nel porticato illuminando gli ambienti e i monaci stessi. In questa naturale alternanza di luminosità e oscurità il monaco “rivede” se stesso: peccatore (ombra), amato da Cristo (luce), donato da sua Madre (orto) all’umanità.
Esso ci appare indubbiamente nelle sue antiche proporzioni, ma sotto la nuova forma datagli dal restauro datagli dal restauro dei Canonici Lateranensi. A ricordo di questo era stata affissa una lapide oggidì irreperibile. Il chiostro è di sei arcate per due lati.
Al centro di esso si trova un pozzo di acqua con un sistema di raccolta.
Nel chiostro i monaci si riunivano prima e dopo i lavori, vi venivano fatte delle processioni nei giorni di maggiore solennità liturgica e alla fine di ogni giorno vi si ritrovavano per ascoltare la lettura spirituale.
Dal chiostro si accede all’Aula Capitolare.
L’Aula Capitolare
"Ogni volta che in monastero è necessario trattare questioni importanti, l’abate convochi tutta la comunità (…)Tutti, dunque, e in tutto, seguano la Regola come loro maestra, e nessuno abbia la temerarietà di allontanarsene." (San Benedetto)
Il luogo più significativo e autorevole del monastero, dopo la Chiesa, è la sala del Capitolo o aula capitolare, chiamata “ Sala dell’ascolto dell’Anima”. Qui si leggeva ogni giorno un capitolo della Regola di San Benedetto e l’abate istruiva i monaci; si svolgevano il rito penitenziale e la correzione fraterna; i novizi ricevevano l’abito monastico; si prendevano decisioni quotidiane importanti per la vita del monastero;si dava l’estremo saluto ai monaci e sepoltura agli abati. Vi si accede tramite un ampio portale a sesto acuto ai cui lati vi sono due bifore, con colonnine dal fusto in marmo venato con capitelli a “crochets” da qui i conversi non potendo entrare nella Sala del capitolo, assistevano alle attività Capitolari. Il piano della Sala e di due gradini più basso rispetto a quello del chiostro, poiché qui, simbolicamente “ si scendeva” per la confessione e “ si risaliva” purificati. Al centro della parete orientale vi è il seggio dell’abate, l’Aula infatti veniva costruita a Oriente , e per questo nella stessa, il seggio dell’abate era posto nella medesima direzione, perché la sua parola fosse come la luce nel cuore dei monaci. La sala è a volta, divisa da un doppio arco aggettante in due campate: ognuna di esse è a crociera, con cordonature prismatiche. A oriente si aprono tre monofore. Ai lati di quella centrale sono pervenuti due affreschi di scuola giottesca; in uno è raffigurato S. Giovanni Battista (del tipo reso noto in tutta Italia dal fiorino d’oro di Firenze), a sinistra, e una Vergine col bambino a destra.
Gli altri luoghi dell’Abba zia
Al lato destro dell’aula capitolare si trova il Parlatorio. Si presenta come un corridoio ed il suo uso, oltre a consentire il passaggio dei monaci dal chiostro ai terreni lavorativi situati a ridosso delle mura orientali, ma entro il muro di clausura, era quello di essere l’unico luogo dove si potesse conversare con i confratelli, con il Priore o gli altri dignitari, in quanto la Regola imponeva il silenzio più assoluto nel chiostro e quasi ovunque.
Un'altra stanza importante dell’abbazia era la Sala dei Monaci. Una sala ampia dai soffitti alti con un pilastro centrale, su cui impostano quattro crociere a cordonate. Questa stanza negli anni divenne il magazzino dei monaci e la cantina. I testi parlano di una vasca per la pigiatura delle uve con una targa con un incisione con scritto 1781, in quell’anno l’abbazia era stata affittata alla famiglia Santacroce di Roma.In questa stanza tramite delle scalette si scende in un luogo umido e basso, nel quale si trovano delle nicchie probabilmente per le botti.
Ai piani superiori si trovavano gli antichi dormitori dei monaci, negli anni seguenti trasformati in sfarzosi appartamenti, oggidì ancora opera di attenti restauri, dai quali si gode a pieno della splendida vista sulla pianura reatina, in una posizione suggestiva ... al di sopra delle nebbie e al di sotto delle nevi del Monte Terminillo.
Federica Antonacci
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